lunedì 22 gennaio 2007

Antonello Colonna

E’ da un po che non mi faccio più vivo: vuoi perché non trovo tempo di fare le cose, vuoi perché fino a quando non comprerò una macchinetta Fotografica non posso puntare tanto in alto visto che meglio un’immagine di 1000 parole. Fatto sta che a volte si incotrano delle esperienze che anche se ridotto ai minimi termini devi raccontare, vi presento quindi alla vostra sinistra Antonello Colonna che si affaccia furtivo dalla sua Porta Rossa (foto gentilmente concessa dall’amico internet). Cominciamo dunque: Porta Rossa, si entra, Open Space… okkei l’aria è decisamente formale, parliamo di uno spazio di 78 Mq. Dedicati a 7 tavoli… facendo i conti risulta essere un botto di spazio… ma tanto! In più soffitti alti. Nonostante ciò cosa si riesce a creare? Aria informale, cioè uno va li ed entra sentendosi comunque in un luogo che per quanto distinto riesce a trasmettere una che di rusticamente confortevole. Il piccolo muro di briques ed i pesci sul soffitto poi sono la ciliegina sulla torta, danno vita al poso anche se deserto, adesso anche io voglio avere un banco di pesci appeso al soffitto! Ci spostiamo dalla materialità? Perfetto incontriamo in sala subito i personaggi che danno anima, vita e informalità al posto, parlo di Antonello Colonna stesso e del sommelier Alessandro Pipero. E’ proprio questa dunque la fortuna di avere pochi tavoli?! Sei tu, che parli alle persone a cui vuoi trasmettere qualunque cosa tu abbia in testa, e non lo fai utilizzando vocaboli di italiano fino barocco e la mano dietro alla schiena, lo fai in confidenza, come se ci si conoscesse da tempo e sfoggiando un accento romano non aggressivo ma gradevole, sai di passare una serata nel cuore della campagna romana, a Labico. Cosa conferma questa regola? Il fatto che vi sia una carta dei vini molto ricca dedicata ai vini laziali (e non stiamo parlando di una grande regione di vigne, il Lazio si basa più che altro su alti contenuti etanolici più che di tannini..) nonostante questo tutta la crème possibile dell’enologia laziale viene valorizzata! Altro? Certamente! Con mio grande piacere ho notato che i piatti che costituiscono il menù sono strettamente legati al territorio, si per carità le influenze di cucine estere alla regione Lazio ci sono, ma vengono utilizzate unicamente per valorizzare i sapori, ovvero lo scheletro di una cucina. Complessità nella semplicità.
- Brodo di cipolla con tortello di piccione
- Polpetta di baccalà mantecato e farina di ceci - Pancetta di maialino farro e mele cotogne - Ravioli di pecorino e trippa alla romana - Gnocchi ai carciofi e alle aringhe affumicate - Guanciola di manzo brasata e purea di pata
te alle erbe - Millefoglie - Diplomatico crema e cioccolato con caramello al sale -
“Il lusso infatti non è il caviale. Il lusso, oggi, è la possibilità di fare ricerca, di permettersi di ripercorrere le strade che di danno un’emozione. Lusso è anche star bene, farsi del bene. Lusso, oggi, è sapersi muovere nel lusso! Sapersi godere le piccole cose di lusso che ci fanno star bene” A parte gli abusi della parola lusso nella frase di Antonello Colonna si capisce esattamente il fine ultimo, non quello di voler fare lo stravagante a tutti i costi, ma di pensare e ragionare per esprimere i lati nascosti di un qualsiasi prodotto dell’orto… “Io conosco solo due tipi di cucina: quella buona e quella cattiva, io penso di fare quella buona!”
Grazie Papà.